«Io sono come quella capretta, ansiosa di precipizi.»
Maria Lai (Ulassai, 27 settembre 1919 – Cardedu, 16 aprile 2013) è stata un’artista italiana.
Un panorama grandioso che unisce l’asprezza delle rocce d’alta quota alla quiete dei laghi alpini.
Il cammino inizia tra i pascoli verdissimi e le fioriture del Vallone dell’Orrenaye, incorniciato da maestose pareti di roccia calcarea. Salendo, lo sguardo viene rapito dalle acque limpidissime e blu intenso del Lac de la Reculaye, incastonato come un diamante in una conca solitaria e selvaggia. Raggiunta la cresta di confine, dove si incrociano vecchie testimonianze storiche e fortificazioni militari, il percorso culmina sui 2701 metri della Tête de l’Alp (Monte Soubeyran). Dalla cima si gode di una vista aerea e vertiginosa a 360 gradi: un balcone naturale straordinario che spazia dal Monviso al vicino Monte Oronaye, abbracciando in un unico colpo d’occhio i selvaggi valloni francesi dell’Ubaye e i profondi profili piemontesi della Valle Maira.
NOTE TECNICHE
DISLIVELLO: +750 m
DIFFICOLTA’: E (Escursionistico), su un’ampia strada militare e pinete.
TEMPO DI SALITA: 2 ore e 30 minuti (andatura escursionistica media, solo salita)
PERIODO CONSIGLIATO: Estate, autunno, inverno.
CARATTERISTICHE: Tutta la dorsale della Tête de l’Alp (Monte Soubeyran) è costituita interamente da rocce sedimentarie. Si tratta principalmente di calcari triassici e dolomie, ovvero sedimenti marini depositatisi centinaia di Copy di milioni di anni fa. La presenza di questi strati calcarei chiari conferisce alle pareti circostanti un aspetto severo e frastagliato, tipico dei rilievi dolomitici (strutture ruiniformi).
Il mattino nasce freddo sopra le pietre di Cuneo, un’alba di vetro che non trova nessuno per le strade. La macchina scivola via nel silenzio della pianura, verso le ombre grandi delle montagne. Non c’è traffico, non ci sono anime. La strada risale la valle deserta come un nastro dimenticato. A Demonte, dove le case stringono la via, il Bar Agnello è una luce calda. L’odore del caffè si alza nel buio che recede, il vapore della macchina dell’espresso, la pasta sfoglia dei cornetti che si spezza tra le mie dita. Un rito antico prima del cammino.
Poi di nuovo in viaggio, oltre il valico, dove la terra cambia nome ma non sostanza.
Al parcheggio di Le Pontet l’aria è una lama leggera che punge la pelle. Frizzante, pulita. Pochissimi francesi si preparano a partire, sagome mute tra le prime luci del giorno. Io ed Enrica ci allacciamo gli scarponi. Davanti a noi, la terra si apre.

Il Vallone dell’Orrenaye ci accoglie nel silenzio. Camminiamo su una terra che sembra appartenere solo a noi; lungo il sentiero conto sulle dita le persone incrociate, presenze rare che svaniscono subito dietro le pieghe della roccia.

Alziamo gli occhi al cielo. Due aquile ruotano alte nell’immenso azzurro, senza muovere le ali, padrone del vento e del tempo. Più in basso, dove la conca si svela per la prima volta, il lago Reculaye ci appare da lontano: una macchia di un verde abbagliante, innaturale, che ferisce gli occhi per la sua bellezza pura.
Ma la via oggi ci chiama prima verso l’alto. Attacchiamo la bellissima cresta, salendo il filo di roccia e terra che divide i mondi.

La Tête de l’Alp ci riceve sul suo culmine di pietra. Lassù, a duemilaessettecento metri, c’è solo il sole e una mia sensazione assoluta di libertà. Tutto intorno, i giganti della terra si mostrano nella loro immobilità millenaria: la mole severa dell’Oronaye, le forme aspre del Buc de Nubiera, e laggiù, piccolo punto tra le rocce selvagge, il Bivacco Sartore. Resto in ascolto del vento. Nella mia mente percorro il fiume immobile di tutte le mie gite passate, i passi accumulati negli anni, i sentieri vissuti. La gioia è sempre tanta, un peso leggero e pulito sul petto.

E insieme alla gioia, la fame della montagna. Apro lo zaino e azzanno subito il mio cibo: banane, farro con i pomodori, la frittata. Hanno un sapore sublime, la fatica e l’altezza concentrate in ogni boccone. Poi Enrica sorride e sfodera dei magnifici biscotti. Mi dice, ridendo, che sono un dono, un regalo ricevuto perché erano ormai scaduti. La guardo e so. So che senza Enrica questa gita non sarebbe la stessa cosa. Con lei il mondo si muove davvero. Enrica libera un’energia tellurica immensa, una forza della terra che sposta le cose e dà senso al viaggio.
Inizia la nostra discesa verso il lago Reculaye. Quando arriviamo alla riva, quel verde visto dall’alto diventa un’acqua cristallina, di una trasparenza che spiazza l’anima.

Non ho mai visto un lago di un simile colore. Sembra mare, la purezza liquida di un oceano tropicale, ma per fortuna intorno a me ci sono le montagne, le pareti calcaree a fare da guardia. Ci togliamo le scarpe. Camminiamo in quell’acqua gelida e viva, i piedi nudi che affondano nella trasparenza. Il freddo risale le gambe, pulisce i pensieri, sveglia il sangue.
Lì, con i piedi nell’acqua e gli occhi alle vette, le nostre menti si accendono. A me e a Enrica vengono in testa idee meravigliose. Progetti che prendono forma nell’aria rarefatta, sogni che hanno la stessa solidità della roccia circostante.
Rimettiamo gli scarponi, con la pelle dei piedi ancora fresca di quell’acqua impossibile, e riprendiamo il cammino verso il basso. È ancora presto, il sole è alto nel cielo e picchia forte sulle pietre, ma per noi il viaggio ha già trovato il suo centro. Mentre scendiamo lungo il Vallone dell’Orrenaye, incrociamo le persone che salgono adesso, quando la giornata è ormai calda: volti accaldati, sguardi rivolti all’insù, il flusso lento di chi arriva tardi. Noi invece scivoliamo via leggere, in controtendenza, con il segreto della vetta e del lago già custodito nello zaino.
Ma quando la gita finisce e le portiere si chiudono nel primo pomeriggio, sai bene che qualcosa è cambiato. La montagna non ti lascia andare via da sola; ti si attacca addosso, entra nelle fibre dei vestiti, nel respiro, sotto la pelle.
Mentre l’auto ridiscende i tornanti verso il fondovalle e le vette sfumano sotto la luce netta del giorno, sento che io ed Enrica non siamo più esattamente le stesse di stamattina. Lasciamo i sentieri, sì, ma una parte di quel mondo resta radicata dentro di noi. Diventiamo, in qualche modo misterioso, un po’ rocce: forti, pazienti, capaci di resistere al tempo con una stabilità minerale che prima non avevamo. Diventiamo un po’ lago: custodi di una trasparenza profonda, capaci di accogliere i riflessi del cielo e di far nascere pensieri limpidi e progetti meravigliosi dal silenzio delle nostre acque interne. E diventiamo un po’ aquile: con lo sguardo che impara a vedere le cose dall’alto, a volare sopra le piccolezze del quotidiano, libere e grandi, con il vento della cresta che continua a soffiarci dentro l’anima.
La macchina viaggia verso casa nel sole, ma noi camminiamo ancora, immense e connesse alla terra.

