VALLE ROYA, Lago della Vacca, Bivacco Speranza (2358 m)

«Volevo essere al tempo stesso la giustizia, l’amore e la collera divina.»

Marjane Satrapi (in persiano: مَرْجَان سَاتْرَاپِی, ; Rasht, 22 novembre 1969 – Parigi, 4 giugno 2026) è stata una fumettista, regista, sceneggiatrice e illustratrice iraniana naturalizzata francese.

Il paesaggio che unisce la Baisse de Peïrefique, il Colle del Sabbione, il Bivacco Speranza e il Lago della Vacca offre un viaggio visivo straordinario attraverso il cuore selvaggio delle Alpi Marittime, a cavallo tra Italia e Francia. Questo itinerario si sviluppa in un ambiente tipicamente d’alta quota, dove la natura transita da dolci praterie a severe pietraie d’alta montagna.

NOTE TECNICHE

DISLIVELLO: +294 m

DIFFICOLTA’: E (Escursionistico)

TEMPO DI SALITA: circa 2:00 h (solo salita)

PERIODO CONSIGLIATO: Estate, autunno.

CARATTERISTICHE:  Il percorso si sviluppa ai margini del Massiccio Cristallino Argentera-Mercantour. Questo massiccio costituisce il “nucleo duro” delle Alpi Marittime ed è composto da rocce metamorfiche molto antiche e resistenti (principalmente gneiss e micascisti), risalenti a centinaia di milioni di anni fa (orogenesi ercinica), sollevate e deformate durante la nascita delle Alpi.

La transizione paesaggistica che si nota camminando riflette esattamente la natura delle rocce sottostanti:

  • I pendii francesi e la Baisse de Peïrefique: Sono caratterizzati da una copertura sedimentaria più tenera (calcari, marne e flysch). Questo tipo di roccia si disgrega più facilmente, dando origine a morfologie più dolci, valli aperte e pendii erbosi ideali per il pascolo.
  • Il Colle del Sabbione e il versante italiano (Valle Gesso): Segnano il passaggio al regno della roccia dura e cristallina. Qui prevalgono gli gneiss, che resistono tenacemente all’erosione creando pareti scoscese, creste affilate e i grandi depositi di blocchi nudi e spigolosi (le pietraie o sfasciumi) che circondano il bivacco.

PERCORSO STRADALE 

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Giorno 1: La lamiera, la nebbia e la pietra

La Pandina rossa mattone tossiva fumo chiaro sulla salita del Tenda. Aveva trecentomila chilometri nelle bielle e una sete d’olio nera, insaziabile, come un vecchio camino che consuma legna verde. Al volante c’era Desi. Accanto, Enrica guardava il cielo basso. Le nuvole scendevano dal confine francese a ondate grigie, gonfie di pioggia rimandata, e l’aria sapeva di terra bagnata e ferro. Enrica calcolava i passi nella mente, temendo una marcia infinita sotto il temporale, ma la sua voce non tremava; si girava verso il sedile posteriore e inventava storie per Giacomo, trasformando i sobbalzi dell’auto nel rombo di una motocross che tagliava in due la Valle Roja. Jack, cinque anni e gli occhi grandi, rideva tenendosi ai sedili, mentre la Pandina divorava l’ultimo asfalto e si arrestava nel silenzio della Baisse de Peïrefique. Erano le nove del mattino.

Mettemmo gli zaini in spalla sotto un tetto di fumo grigio. Il sentiero per il Colle del Sabbione era una striscia di terra battuta che svaniva tra l’erba corta e le prime pietre. Enrica camminava veloce, con le gambe piene di energia e il cuore ancora teso per la pioggia che minacciava dall’alto, ma la montagna quel giorno mantenne il patto. Il freddo stringeva le dita ma l’acqua restò sospesa nelle nuvole. Salivamo. Il mondo verde si spense, lasciando il posto al regno dei sassi nudi, grigi, disposti come antiche ossa di gigante. Giacomo camminava con le sue gambe corte, i piedi piccoli che cercavano appoggio sulla roccia dura, lo sguardo fisso sui dettagli invisibili agli adulti: un insetto scuro, una pietra lucida, il rumore del proprio respiro.

la Valle Roya alle spalle
Giacomo e Enrica
Grifone

Alle dodici, il Bivacco Speranza apparve come un minuscolo dado metallico contro il grigio della conca, specchiato nelle acque scure del Lago della Vacca. Desi aveva promesso a Enrica la solitudine profonda di quel luogo dimenticato, umido, evitato da chi saliva dalla faticosa Valle Gesso. Ma la montagna ha strade sue. Entrammo, posammo gli zaini nel silenzio della lamiera. Poco dopo, il mondo cominciò ad arrivare.

Bivacco Speranza e Lago della Vacca

Primi giunsero i due ragazzi tedeschi, venticinquenni, con la pelle chiara e gli occhi puliti di chi vive d’amore e di vento. Erano pieni di vita, socievoli, con una voglia immensa di condividere il cibo e le storie. Più tardi, senza pudori e con la libertà dei vent’anni, fecero il bagno nudi nelle acque gelide del lago. Poi l’aria vibrò ancora: quattro ragazze spuntarono dal passo del Vei del Buc, i volti scavati dalla fatica ma gli occhi accesi dal coraggio, venute fin lassù solo per rubare un desiderio alle stelle cadenti.

Desy e Jack
Enrica e Desy

Il bambino sedeva sul bordo del lago dove la terra finiva e cominciava l’acqua. Aveva le ginocchia raccolte contro il petto e le dita corte, arrossate dal vento che scendeva dal colle. Davanti a lui il lago della Vacca riposava dentro la sua scodella di roccia antica.

Raccolse un pezzo di gneiss grigio, piatto, levigato dal ghiaccio di diecimila anni prima. Lo tenne nel palmo come si tiene un segreto. Poi lo lanciò.

La pietra batteva la superficie con un suono secco, minimo, e l’acqua si apriva. Un cerchio perfetto cominciò a camminare verso il centro del lago, seguito da un altro e poi da un altro ancora, anelli di luce argentea che si allargavano geometrici contro l’asprezza cieca delle pareti di roccia nuda. Giacomo guardava. Nei suoi occhi di cinque anni non c’era timore per quel silenzio minerale che avrebbe schiacciato un uomo adulto, ma una solenne, assoluta vicinanza. Il mondo era fatto di sassi e di freddo e di cerchi nell’acqua, e lui era lì per vederli nascere e svanire nel buio del fondo. Restò immobile, le dita di nuovo tese verso la terra a cercare un’altra pietra, battezzando il tempo in quel luogo desolato che non conosceva l’uomo, se non per brevi, intensi passaggi.

Il bivacco era ormai un porto caldo, ma mancava l’ultimo pezzo. Alle sei di sera, quando il sole già calava dietro le creste, una coppia ligure arrivò da Entracque, risalendo il versante italiano con le mani sporche di terra e i sorrisi larghi. Fu in quel momento che i ragazzi tedeschi fecero il loro gesto di silenziosa accoglienza: vedendo il rifugio ormai colmo, presero i loro teli e decisero di piantare la tenda fuori, al freddo, oltre lo specchio d’acqua, solo per lasciare il loro posto in brandina ai due nuovi arrivati.

I liguri tirarono fuori dagli zaini i funghi raccolti nel bosco e unirono tutti. Accesero il piccolo fornello, l’odore dei funghi trifolati riempì la lamiera e si mescolò a quello dei fagioli. Giacomo si muoveva in quel piccolo spazio affollato come se fosse la sua casa da sempre. Non c’era paura nei suoi cinque anni, solo una curiosità limpida. Parlava con i tedeschi, guardava le ragazze, accettava il cibo da mani sconosciute che in quell’istante erano mani fraterne. Alle nove di sera, con lo stomaco pieno di fagioli e funghi e gli occhi pesanti di sonno e di pietra, crollò per primo su una brandina, stretto nel suo sacco a pelo, felice di avere tutta quella gente intorno.

Noi adulti uscimmo. Il cielo, che per tutto il giorno era stato una coperta di piombo, si aprì all’improvviso come una ferita di luce. La notte delle lacrime di San Lorenzo era sopra di noi, gelida e immensa. Cominciò la gara. Le ragazze e Enrica tenevano gli occhi piantati nel vuoto, contando le scie luminose. Una delle ragazze ne contò diciannove. Enrica restò fuori più di tutti, immobile nel freddo, mai sazia di quella polvere d’oro che cadeva dal cielo.

La terra girava nel buio profondo dell’alta montagna e le severe creste di pietra intorno al lago della Vacca sorgevano come neri altari contro il cielo. Il lago riposava immobile. Una lastra di piombo scuro e gelato che non si curava degli uomini né del tempo, fisso nella sua conca millenaria. Tutto intorno regnava una quiete immensa, un silenzio d’aria sottile e vuota che pareva contenere il respiro stesso del mondo.

Dentro il bivacco, al caldo della lamiera e dei corpi vicini, il bambino sognava. Giacomo giaceva sulla brandina, il viso piccolo affondato nel sacco a pelo, le dita quiete dopo aver lanciato sassi per tutto il giorno. I suoi cinque anni respiravano un sonno leggero e pulito, ignaro del freddo siderale che attendeva fuori dalla porta di ferro.

Fuori, sul bordo della pietraia, gli adulti restavano sospesi tra la terra e l’infinito. Le quattro ragazze venute dal Vei del Buc sedevano vicine, avvolte nelle coperte, gli occhi spalancati verso la grande volta nera. Sognavano a voce bassa di desideri antichi, i loro volti accesi a tratti dai passaggi di luce bianca. Più in là, Enrica stava immobile con la testa reclinata all’indietro, i capelli freddi di vento. Guardava le stelle cadenti cadere a decine e per lei quelle luci non erano detriti di roccia o ghiaccio morente nello spazio, ma sorelle. Creature di un’unica grande tribù che attraversava la notte dei tempi, fiamme vive che parlavano una lingua che lei sola pareva comprendere, mai sazia di quel fuoco celestiale.

Desi si muoveva piano tra i sassi sterrati con la macchina fotografica tra le mani. Inquadrava l’oscurità profonda, il contrasto netto tra l’asprezza immobile delle montagne e la danza fluida del cielo. Si perdeva in quel labirinto di costellazioni, dimenticando il freddo che le stringeva i polsi. Scattò finché non vide la quarta scia luminosa tagliare in due il buio. Il suo numero. Allora si fermò, poggiò l’obiettivo e lasciò che il silenzio della notte la invadesse completamente, mentre sopra di loro l’universo continuava a bruciare, silenzioso, eterno, sopra il sonno del bambino.

Desi scattava foto al grande buio, catturando le stelle e il profilo della roccia. Ne vide quattro. Il suo numero. Poi, un brivido di luce più forte degli altri squarciò la volta celeste: una stella enorme, verde e bianca, che lasciò dietro di sé una scia di fuoco. Nel silenzio della notte alpina, Enrica non riuscì a trattenere la meraviglia. Dal suo petto uscì un urlo profondo, primordiale, un verso d’orsa in estasi che rimbalzò contro le pareti della montagna, prima che il sonno, finalmente, accogliesse tutti dentro il calore della lamiera, protetti dai corpi degli altri e resi vicini dalla notte.


Giorno 2: L’alba, il ferro e la terra del ritorno

La luce arrivò fredda, pulita, lavata dalla notte. Il primo sole accese le creste di un rosa pallido e antico. Desi si alzò per prima insieme a Rita, la donna della coppia ligure. Scesero insieme verso il torrente che cantava tra i sassi, l’acqua era ghiaccio liquido che risvegliava la pelle e i pensieri.

Lago della Vacca all’alba

Tornate al bivacco, gli altri si svegliavano uno alla volta, con i movimenti lenti di chi ha dormito a quota duemila. Davanti alle tazze di caffè fumante, le quattro ragazze raccontavano di aver udito il verso di una bestia feroce e sconosciuta aggirarsi tra le rocce. Desi ed Enrica si guardarono trattenendo il fiato, prima di scoppiare a ridere: l’animale misterioso era l’orsa in estasi della notte prima, il grido di gioia di Enrica davanti alla grande stella cadente.

Giacomo si svegliò con gli occhi pieni di mattino. Il ragazzo ligure lo prese per mano e insieme andarono in perlustrazione verso le rovine di un vecchio fortino militare poco distante. Jack camminava fiero accanto a quell’uomo grande, esaminando i muri di pietra crollati, le feritoie dove un tempo c’era la guerra e dove ora cresceva solo l’erba. Intanto, nel bivacco, Desi ed Enrica stringevano le cinghie degli zaini. Prima di rimettersi in cammino, si avvicinarono al tavolo di legno. Lasciarono del cibo rimasto e un foglio bianco con una scritta a matita per i ragazzi tedeschi, che dormivano ancora nella loro tenda dall’altra parte del lago: Bis Bald! Ci saremmo salutati da lontano, con un cenno della mano tra le rocce, più tardi.

I liguri decisero di scendere con noi verso il versante francese. Rita era sfinita, le gambe pesanti per la salita del giorno prima, e l’idea di accorciare il cammino era una benedizione. Desi offrì loro un passaggio sulla Pandina fino alla stazione di Limone.

Il ritorno fu la parte più dura e più dolce per Giacomo. Cinque anni sono pochi per le grandi pietre del Sabbione. Le sue gambe cedevano, il sonno della montagna tornava a farsi sentire. Allora Enrica si caricò sullo zaino il piccolo Jack. Fece da sherpa lungo tutto il sentiero di discesa, un passo dopo l’altro sulla terra secca, sentendo il peso leggero del bambino e il suo respiro caldo sul collo. Giacomo guardava il mondo dall’alto, sicuro, mentre i sassi scorrevano sotto di loro.

Quando la Pandina rossa riapparve nel pianoro, sembrava un vecchio animale fedele che aspettava i suoi padroni. Salimmo in cinque, stretti nel metallo che puzzava d’olio e di viaggio. La strada sterrata verso il colle di Tenda ci univa ancora per un po’. Fu bello viaggiare così, confinati in pochi centimetri di lamiera, condividendo lo spazio con persone incrociate per caso dodici ore prima. Frammenti di vita brevi, ma così densi da sembrare lunghi anni. La macchina scendeva verso la pianura, lasciandosi alle spalle il Lago della Vacca, il freddo e le stelle, ma portando dentro il calore di quel rifugio di lamiera dove nessuno doveva essere, e dove invece avevamo trovato il mondo.

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