VALLE STURA, Lago di San Bernolfo (1912m)

«C’è un’immagine unica che appartiene a ciascuna vita.»

James Hillman è stato uno psicoanalista, saggista e filosofo statunitense. (Atlantic City, 12 aprile 1926 – Thompson, 27 ottobre 2011)

Il silenzio della pietra antica. Un vallone scuro di larici dove l’aria odora di resina e ghiaccio primitivo. La salita è breve. Una vecchia pista militare aperta nella roccia da uomini ormai polvere. Non c’è fatica che spezzi le gambe, solo il passo regolare del viandante. Poi l’acqua. Una scodella di roccia nera che trattiene il freddo del mondo. Sopra, le creste bianche dei vecchi mari sollevati contro il cielo, calcare sterile e pulito. Un rifugio di legno e pietra offre riparo dal vento. Lassù l’orizzonte si spalanca oltre il confine, dove la terra si fa nuda e l’essere umano ritrova la propria misura nel silenzio.

NOTE TECNICHE

DISLIVELLO: +345 m

DIFFICOLTA’: E (Escursionistico), su un’ampia strada militare e pinete.

TEMPO DI SALITA: circa 2:00 h (solo salita)

PERIODO CONSIGLIATO: Estate.

CARATTERISTICHE:  Un lago nato in una “scodella” di pietra: Il lago si trova lì perché migliaia di anni fa un enorme ghiacciaio ha scavato la roccia come se fosse un cucchiaio. Il fondo è fatto di gneiss, una roccia scura e durissima che funziona come un tappo impermeabile: non lascia scivolare via l’acqua nel sottosuolo, creando questo splendido specchio d’acqua.
Il cambio di colore delle montagne: Se guardi le cime sopra il lago, noterai un netto contrasto. Le montagne più vicine sono scure e severe (le rocce antiche). Se però alzi lo sguardo verso il confine con la Francia (il Passo di Collalunga), le rocce diventano improvvisamente chiare, quasi bianche. Lì finisce la pietra dura e iniziano i vecchi fondali marini fatti di calcare.

PERCORSO STRADALE 

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La frazione di San Bernolfo giaceva sul fondo della valle come un mucchio di ossa grigie abbandonate dal tempo.

Era il quattro di luglio. Giacomo aveva appena compiuto cinque anni, e l’intera carovana di anime si era mossa verso l’alto solo per celebrare la sua venuta al mondo, un piccolo faro di vita nuova dentro una terra antichissima.

Lui e Zeno camminavano davanti. Le loro scarpe sportive battevano sulla terra della vecchia pista militare. Il sentiero si inoltrava tra i larici, alberi immensi e nodosi, testimoni di inverni senza nome. Nel bosco la luce solare filtrava a lame, tagliando l’ombra umida come lame di coltello. I bambini non guardavano le cime. Guardavano in basso, dove il mondo si frantumava in cose minuscole e infinite.

Mentre salivano, l’attenzione dei due si spostò verso il cielo e le fronde.

Tirarono fuori i loro binocoli di plastica, portandoseli agli occhi per avvistare piccoli animali nascosti tra i rami e le rocce. Scorsero farfalle bellissime, macchie di colore vivo e instabile che danzavano nell’aria fredda prima di sparire nell’ombra del bosco.

Il bosco per loro non aveva confini. I fischietti di plastica lucida pendevano dai piccoli zaini come amuleti contro il buio. Gonfiavano le guance. Soffiavano. Il suono usciva stridulo. Imperfetto. Si mescolava al canto degli uccelli sopra le loro teste. Un coro di piccole esistenze prima della storia. Niente sapevano del mondo fuori. Il tempo era solo luce che moriva tra le foglie.

Poi si fermarono per fare una pausa. I bambini iniziarmo a mangiare ciliegie e mirtilli; Giacomo, Zeno e la cugina Matilda affondavano le dita nei frutti, macchiandosi le labbra di un succo scuro che sapeva di terra e di estate buona.

Poco dopo aver ripreso il cammino, Giacomo prese la sua macchina fotografica. Una piccola Polaroid giocattolo. Tentò di usarla per fare una foto a Zeno, ma l’oggetto pareva fare i capricci, rifiutandosi di scattare come se la meccanica risentisse dell’altitudine. Non voleva funzionare sempre, quella strana scatola di plastica. Eppure, ad un tratto, l’ingranaggio scattò con un rumore secco e sputò fuori una delle fotografie più belle di tutta la giornata: un ritratto di me e Luca insieme, impressi sulla pellicola chimica mentre lo sfondo del vallone sfumava nel verde.

Nel frattempo Matilda, arrivata dall’Australia, guardava quel bosco fitto con occhi pieni di una luce diversa, abituati a spazi infiniti e piatti, ora schiacciati dall’incombenza di quelle pareti verticali. Più avanti, Chiara camminava con passo regolare, portando sulla schiena il peso di Teseo. Il piccolo, che aveva da poco imparato a stare dritto sui propri piedi, scalciava dentro lo zaino porta-bambino, allungando le mani verso i rami dei larici; voleva scendere, voleva misurare la terra con i suoi passi ancora incerti.

Il bosco infine si aprì per fare spazio alla conca del Rifugio De Alexandris Foches al Laus. Una struttura di pietra e legno scuro, piantata sul terreno come un avamposto umano in mezzo alla solitudine delle vette. Superato il rifugio, il sentiero coprì l’ultimo strappo e il grande lago di San Bernolfo si offrì alla vista, una scodella di roccia scura colma di un’acqua immobile e pesante, nera come petrolio sotto il riflesso del cielo.

I tre bambini non badarono al freddo dell’aria. Giacomo, Zeno e Matilda si svestirono in fretta, lasciando cadere i panni sull’erba rada e umida. Avanzarono scalzi fino al bordo, dove la pietra sprofondava nell’acqua limpida e gelida. Diedero piccoli calci alla superficie, ridendo per il morso del freddo sui piedini nudi. Luca si chinò lì vicino, tra i rami secchi portati a riva dalle piene. Con i ricambi dei lacci degli scarponi fabbrico per loro delle finte canne da pesca, lunghi bastoni flessibili da far dondolare sopra il pelo dell’acqua.

Mentre i bambini fissavano il vuoto oltre la punta dei legni, una signora anziana, con il volto segnato dal sole delle alte quote, si avvicinò silenziosa. Guardò lo specchio nero del lago e disse che la sera, quando l’ombra delle creste copre tutto, si vedono le grosse trote saltare fuori dall’acqua per acchiappare le mosche radenti. Lì, sulla sponda, Giacomo prese di nuovo la Polaroid e, stavolta senza fare capricci, scattò una foto al lago, catturando l’immagine di Chiara e Zeno contro l’immensità dell’acqua.

Ci sedemmo sui prati lì intorno, con le bottiglie di birra fresca portate su dal rifugio. Il vetro era freddo quanto l’acqua del lago. Iniziammo a raccontarci storie per riempire quel silenzio antico.

Poco distanti c’erano Valeria e suo marito Filippo, con il figlio Marco. Valeria, che nella vita era chimica ma portava dentro una passione viscerale per la botanica, si chinava a ogni passo per indicare le piccole piante alpine che spuntavano tra le fessure della roccia, spiegando come il terreno calcareo mutasse la vita delle radici. Poco più avanti, dove la conca restava perennemente in ombra sotto la parete nord, notarono una striscia di bianco sporco. Un nevaio tardivo, un rimasuglio d’inverno sopravvissuto all’estate. Valeria e Filippo ci fecero segno di avvicinarci. Mandammo Zeno e il piccolo Giacomo fin lassù, i loro corpi piccoli contro la macchia candida, a toccare con le mani quella neve dura e granulosa.

Poco dopo, Luca prese la macchina polaroid di Giacomo e, prima che la luce cambiasse, riuscì a fare una bellissima fotografia di Giacomo e Zeno stretti in un abbraccio, fermando i loro cinque anni contro il tempo che avanza.

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