VALLE UBAYE – VALLE VARAITA, Anello del Monte Mongioia (3340 m)

«Folks from the backwoods were certain about two things: that every human soul needed to be free. »

bell hooks, pseudonimo di Gloria Jean Watkins (Hopkinsville, 25 settembre 1952 – Berea, 15 dicembre 2021), è stata una scrittrice, attivista e femminista statunitense.

Camminammo dove la terra si fa osso e il cielo si poggia sulle creste. Salimmo dal fondo della gola dove il torrente incide il tempo, oltre i pascoli radi, fin dentro un regno di ardesia e luce bianca. Lassù, al valico del mondo, il bivacco era un guscio di ferro contro il vento e l’acqua del lago tratteneva l’azzurro del primo giorno della creazione. Non c’erano confini, solo il silenzio minerale delle Cozie e l’andare dei nostri passi che ritornavano per i laghi sospesi del Longet. Un cerchio perfetto di pietra e di spazio, dove l’aria sa di altitudine e le nostre anime si riscoprono nude, libere e finalmente intatte. 

NOTE TECNICHE

Tratto 1: Andata (Maljasset → Passo Mongioia → Bivacco Boerio)

La salita attraverso il selvaggio Vallon de Rubren è lunga, costante e si impenna sensibilmente solo nell’erta finale verso il valico.

  • Dislivello Positivo: +1.200 metri circa
  • Dislivello Negativo: Quasi nullo (circa 10-20 m di lieve discesa/falsopiano prima del rio Rubren)
  • Tempo di percorrenza stimato: 3 ore e 45 minuti – 4 ore e 15 minuti (a seconda del passo e degli zaini).

Tratto 2: Ritorno (Bivacco Boerio → Colle del Longet → Maljasset)

Questa sezione scende inizialmente dal Bivacco sul versante italiano/francese tagliando in quota per raggiungere l’altopiano dei laghi del Longet, per poi effettuare la lunghissima e suggestiva discesa finale verso Maljasset.

  • Dislivello Positivo: +100 / +150 metri circa (dovuti ai saliscendi necessari per aggirare le creste e risalire leggermente verso i laghi del Colle del Longet).
  • Dislivello Negativo: -1.300 metri circa.
  • Tempo di percorrenza stimato: 3 ore e 30 minuti – 4 ore.

DIFFICOLTA’: EE (Escursioniste esperte). Non presenta passaggi di vera e propria arrampicata o difficoltà alpinistiche, ma richiede grande abitudine ai terreni di alta montagna. Le motivazioni principali di questa classificazione sono tre:

L’impegno fisico: Con oltre 1.300 metri di dislivello positivo e circa 17 km di sviluppo, l’anello richiede un ottimo allenamento aerobico, specialmente se affrontato in giornata con il peso dello zaino.

L’ambiente di alta quota: La conca del Bivacco Boerio e il Passo Mongioia sfiorano i 3.100 metri di altitudine. A queste quote il meteo può cambiare repentinamente, le temperature possono scendere sotto lo zero anche in estate e l’orientamento diventa difficile in caso di nebbia fitta.

La tipologia di terreno: Soprattutto nell’ultimo tratto della salita verso il Passo Mongioia e nella traversata verso il Colle del Longet, il sentiero si muove su pietraie, sfasciumi instabili, detriti e ripide tracce di terra che richiedono passo fermo e assenza di vertigini.

PERIODO CONSIGLIATO: Estate, autunno, inverno.

CARATTERISTICHE:  L‘Anello del Mongioia è un viaggio geologico sul fondale di un antico oceano scomparso (l’Oceano Ligure-Piemontese), sollevato a oltre 3.000 metri di quota dalla collisione tra le placche tettoniche africana ed europea.

Le caratteristiche principali del paesaggio che avete attraversato sono:

Fiumi di pietra (Rock Glaciers): Il forte sbalzo termico sgretola continuamente le pareti, alimentando le enormi pietraie e i ghiacciai sotterranei ricoperti di detriti che danno alla valle quell’aspetto primordiale e severo.

Le Rocce Verdi (Ofioliti): Il panorama lunare del Mongioia è dominato da prasiniti e serpentiniti, frammenti di antica crosta oceanica profonda. Hanno sfumature verde scuro o argentate e superfici lucide che ricordano la pelle di un rettile.

Specchi d’acqua d’alta quota: L’impermeabilità di queste rocce metamorfiche, combinata con l’azione di scavo degli antichi ghiacciai, ha permesso la nascita dei laghi della zona, come il Lago Mongioia e i Laghi Blu del Longet.

PERCORSO STRADALE 

Download traccia GPX

L’idea era nata tra i passi di un’altra salita, un pensiero tondo e compiuto come sanno esserlo solo le cose decise prima che la ragione ci metta mano. Enrica non ci aveva pensato due volte. Due giorni di permesso strappati alla settimana, la tosse profonda che le scuoteva il petto e che sapeva già di bronchite, ma i suoi occhi erano fermi. Per me era stato diverso. Era stata l’ennesima guerra di parole vecchie sulla porta di casa, l’ombra di un quotidiano che pretende di possederti e di stringere il perimetro intorno ai tuoi passi. Ma la terra gira e non aspetta le gabbie degli uomini.

Il cielo di settembre era una lama azzurra, pulito e freddo come non ne ricordavo da tempo. Oltre il Colle della Maddalena la Francia si è aperta davanti a noi nel vallone selvaggio di Rubren, un catino di pietra e solitudine.

Abbiamo lasciato la macchina a Maljasset che il sole era già alto. Poi abbiamo cominciato a camminare.

La salita era una linea infinita nel vuoto. Il sole batteva forte sulla schiena, l’aria era immobile, senza una nuvola a mitigare il giorno.

Siamo arrivate al Passo di Mongioia alle sei e mezza di sera, quando la luce cominciava a farsi d’oro vecchio. Lì l’anima è stata presa da un sussulto. La mole imponente della cima si stagliava contro l’orizzonte come un altare primordiale. Mon gioia. La mia gioia. L’ho ripetuto dentro di me per non dimenticarlo, perché il mondo te la ruba se non la tieni stretta: la gioia è questa fatica, questi spazi dove l’essere umano è solo un ospite di passaggio.

Accanto al laghetto il Bivacco Boerio sembrava una capsula di metallo caduta dal cielo, un’astronave aliena poggiata sulla cresta del mondo. Eppure dentro era calda di calore umano. C’era una giovane coppia di francesi che parlavano una lingua stretta e si preparavano per la cima alle quattro del mattino. C’erano due sessantenni arrivati dai Pirenei, persone fatte di vento e di cammino, con gli occhi vivi e accesi che raccontavano di altre montagne e di come l’indomani avrebbero salito il Mongioia. E poi c’era una ragazza di Torino. Aveva occhi piccoli, del colore della terra scura, e uno sguardo fisso che sembrava guardare oltre le pareti di lamiera, dritto nell’infinito. Parlava con una voce ferma, fiera, che si è spezzata solo quando Enrica ha accennato a mio figlio. Ha guardato il pavimento e ha detto: È il mio sogno, un giorno. Portare un figlio quassù, in un bivacco.

Siamo uscite a guardare il tramonto con loro, mentre il cielo si spegneva in un incendio freddo.

Abbiamo mangiato tardi, io ed Enrica, fin troppo cibo per i nostri zaini pesanti. Il mal di testa mi stringeva le tempie come una morsa di ferro; ho buttato giù un Seractil 400 e ho aspettato che il dolore mollasse la presa per guardare fuori.

Il mondo sopra di noi era una volta di stelle stesa da un capo all’altro del vuoto. Quando gli altri si sono messi nei sacchi a pelo siamo uscite di nuovo nel buio profondo. Io col mirino della macchina fotografica puntato verso l’alto, a cercare di catturare quella luce geometrica, a cercare magie dentro un cerchio di vetro mentre la vera magia mi scorreva intorno. Enrica ha visto due stelle cadenti tagliare il nero. Ho acceso una sigaretta, il fumo che saliva dritto verso la costellazione dell’Orsa, e poi siamo rientrate.

La notte è una cosa piena e densa e più vera di qualsiasi luce del giorno. È il tempo in cui la vasta oscurità della terra sale a riscaldare il cielo e se il firmamento si accende è solo perché la terra lo ha preso in grembo.
Ma l’umanità smarrisce la notte e c’è troppa luce adesso e una luce artificiale che impedisce di calarsi negli abissi e sopra il cielo non disegna più alcuna rotta.
Qui invece sulle alte montagne la notte dimora ancora e solo qui percepiamo la forza della terra e la guida delle stelle.
stellata sul Monte Salza
monte Mongioia
Bivacco Boerio

Nel bivacco il mal di testa è tornato forte, il collo rigido, i muscoli che protestavano contro il legno e il materasso duro del ripiano. Sentivo il corpo scosso da brividi, prima caldo e poi freddo, con la paura strisciante di essermi ammalata lassù, a tremila metri, e il pensiero che tornava inevitabilmente a valle, alle discussioni lasciate in sospeso, al peso di quello che avrei trovato al mio ritorno. Avrò dormito trenta minuti in tutto.

All’alba il bivacco si è svuotato nel silenzio dei sussurri. Ci siamo alzate alle sette e mezza, entrambe provate. Enrica aveva la nausea, il viso pallido. Le ho preso un Brufen 400 dalla farmacia da viaggio, ho mandato giù qualcosa e la macchina del corpo è ripartita. Stavo bene, ma guardando la mia amica ho capito che la cima del Mongioia non era cosa per quel giorno. Non aveva preso medicine e la montagna non perdona la debolezza. Abbiamo girato i tacchi verso il Colle Longet.

Solo adesso, guardando la foto scattata verso il Bivacco Boerio mi accorgo del saluto dell’amico dei Pirenei
verso il passo di Salza

Era un luogo antico. L’avevo percorsa al contrario anni prima, per salire sul Salza, e ogni masso sembrava ricordare i miei passi di allora, come se il tempo non fosse mai passato o fosse passato tutto insieme.

Il vento che scende dal Monviso taglia il respiro a me e ad Enrica, mentre i nostri passi calpestano la pietra dura, antica come il mondo, tra il bivacco Boerio e il passo di Salza. C’è una solitudine sacra in queste quote, un silenzio che assomiglia a una preghiera interrotta, dove i confini dell’anima si confondono con l’orizzonte spoglio.

E poi, appaiono.

Sono davanti a noi. Le conosco già. Ogni volta che il mio corpo si spinge fino a questa solitudine, loro sono lì a guardarmi. Creature nate dalla polvere e dal cielo, uccelli galliformi che portano il peso del segreto della terra.

La pernice bianca sa cosa significa morire e rinascere.

In inverno si fa neve per sparire negli occhi del predatore, diventa candore assoluto, poesia pura che si fonde con il gelo. Ma ora, sotto questo cielo di fine estate, vestono il marrone della roccia. Sono pietra che cammina. Guardo quel piumaggio mimetico, quel miracolo di mimesi, e sento un dolore antico e dolce salirmi al petto. Penso alla loro enorme capacità di trasformazione. Oh, come voglio anch’io, in questo preciso istante, mutare la mia pelle, cambiare il colore dei miei inverni, spogliarmi dei vecchi dolori e trasformarmi in qualcosa di nuovo, di inafferrabile. Anch’io sono stata neve, e ora voglio essere roccia.

Questa loro sagoma fiera, antica, mi scuote dentro una memoria ancestrale. Mi ricordano la Dea Uccello di Marija Gimbutas: quella divinità primordiale, custode del ciclo della vita, della morte e della rigenerazione. C’è un sacro femminino in queste creature che camminano sui crinali del mondo, una sacralità archetipica che unisce la terra al cielo, il corpo alla metamorfosi.

Hanno ali forti, eppure preferiscono la terra. Sanno che la salvezza si conquista a piedi, correndo rapide e silenziose tra i cespugli e gli anfratti rocciosi, lasciando il volo solo all’estrema necessità. C’è una strana, disperata dignità in quella fuga. Sono più veloci dei miei occhi, più veloci dei miei desideri. Io le inseguo, con il cuore in gola e la macchina fotografica stretta tra le dita, mendicando uno scatto, un frammento della loro eternità da portare con me nella pianura. Ma loro sfuggono, come sfuggono i ricordi più belli.

La mitologia greca dice che la pernice nasce dall’ingegno e dal salvataggio di un’anima che sta per cadere nel vuoto. C’è sempre un mito dietro ogni bellezza che ci ferisce.

E mentre corrono una di loro rallenta. Lascia cadere una piuma.

Una sola piuma, leggera come un sospiro, color della pietra viva, che resta a cullarsi sul terreno arido. La raccolgo come si raccoglie un neonato, come si raccoglie una poesia scritta da una Dea sul dorso della montagna. La tengo tra le dita calde e sento che non è solo un pezzo di ala. Spero con tutto il mio cuore profondo, con tutta la mia carne stanca e innamorata della vita, che sia il talismano del mio mutamento. Il dono sacro della mia trasformazione.

E poi Enrica mi dice di guardare il cielo.

Alzo gli occhi e il fiato si ferma di nuovo. Ecco in alto apparire il Grifone. Cerchi immensi disegnati nel vuoto, ali come porte spalancate sull’abisso.

Anche loro sono passeggeri come noi, anime nomadi che non appartengono a nessun luogo eppure possiedono tutto il cielo.

Molti di questi giganti che si vedono in alta Valle Varaita durante i mesi caldi non nidificano tra queste pareti: sono veri e propri turisti stagionali, pellegrini dell’aria. Arrivano a inizio estate dalle colonie francesi, dal vicino e selvaggio Parco del Verdon, seguendo con pazienza millenaria il cammino delle greggi di pecore che salgono nei pascoli d’alpeggio.

grifone

Vanno dove va la vita, dove c’è carne e movimento. Poi, quando l’autunno finisce e la terra si copre del velo bianco della neve, tendono a rientrare verso i loro siti di svernamento francesi o spagnoli, inseguendo una luce più mite. Guardo quel volo maestoso che ignora i confini degli uomini. Siamo tutte straniere quassù, sospese tra la pietra che cerca di fuggire a piedi e l’ala immensa che impara a viaggiare.

Dopo il Passo di Salza sono comparsi i laghi, specchi d’acqua scura che riflettevano il cielo, e il piccolo Bivacco Olivero, un gioiello di legno e lamiera incastonato nella roccia. Enrica lo guardava già con gli occhi del futuro, facendo piani per altre notti da passare lassù, sotto le stelle.

bivacco Olivero e dietro il Monviso

Più in basso la stanchezza ha cominciato a farsi sentire. Avrei voluto fermarmi, ma Enrica temeva i cani del pastore che si intravedevano con le greggi. Mi sono fermata comunque. Avevo una vescica che bruciava sull’alluce per colpa di un calzino. Mi siedo sull’erba secca. Batto l’accendino e la fiamma sale dritta nel fango dell’aria, poi accosto la cicca alle labbra e tiro fumo bianco dentro i polmoni. Davanti a me la terra si solleva in creste di pietra color ruggine, croste di un sangue antico e rappreso che il tempo non riesce a lavare via. Più in basso, tra le radici nude, sorge un fiore informe. Ha la consistenza pallida dei miceti, una cosa nata dal buio e dal marciume per prendersi la luce. Lo guardo. Una bellezza priva di occhi, spietata e immensa, che cresce nel silenzio del mondo senza chiedere il permesso a nessuno.

Abbiamo ripreso il cammino. Un ragazzo ci è venuto incontro sul sentiero, la barba incolta, l’aria scaltra di chi va forte in montagna, le gambe veloci. Ci ha chiesto se avessimo segnale sul cellulare perché un suo amico, lassù, si era rotto un ginocchio. Un tempo forse mi sarei lasciata affascinare da un tipo così, da quell’aria selvatica. Ora lo guardavo solo con sospetto. Non avevamo rete, così lui è ripartito, correndo su e giù per i dossi come un matto in cerca di un segnale.

Poco dopo ci siamo fermate vicino al torrente. Ci siamo tolte gli scarponi e abbiamo immerso le gambe nell’acqua gelida che scendeva dai ghiacciai. Un dolore freddo e bellissimo che ripuliva la fatica dai muscoli e dai piedi. Eravamo stanche, ma eravamo felici. Mentre ci rivestivamo, l’elicottero del soccorso alpino ha tagliato il cielo sopra di noi, girando due volte sopra il vallone prima di sparire dietro le creste.

Il viaggio in macchina verso casa portava con sé i rintocchi di una strana malinconia, finché non abbiamo visto una ragazza sul ciglio della strada che faceva l’autostop. L’abbiamo caricata. Aveva vent’anni e portava con lei una leggerezza che ha riempito l’abitacolo. Ha guardato la mia vecchia Panda rosso mattone e ha detto che era bellissima. Le ho voluto bene per quel complimento inaspettato. L’abbiamo lasciata ancora in territorio francese, prima che la strada ricominciasse a salire verso il valico.

Abbiamo passato il confine di nuovo verso l’Italia. La strada davanti a noi era lunga e silenziosa, ma era un tempo buono. Quel genere di tratto che assomiglia al momento esatto in cui si passa dalla veglia al sonno, o dal sonno alla veglia, dove le cose del mondo perdono il loro peso e resta solo il rumore delle ruote sull’asfalto e la certezza che, da qualche parte nella roccia, la gioia è ancora lì che aspetta.

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