Baghet

“Questa storia partecipa al Blogger Contest.2020”

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Baghet, 1965 circa

Una lunga barba bianca. Ai miei occhi lui era l’emanazione stessa del bosco, il custode e il detentore di tutti i suoi segreti.

I ricordi mutano in base a chi guarda, nelle memorie di mia madre lui ritornava spesso come una figura dipinta nel bosco, una miniatura operosa con la falce, circondato nella quiete del pascolo dalle mucche e dai cani.

Nella geografia delle borgate tutto cambia rispetto ai riferimenti della pianura; abitava qualche borgata oltre la mia, nella località chiamata Case Goro.

Nelle mie esplorazioni di allora, prima di arrivare alla sua dimora compivo un sentiero attraverso antiche case ormai abbandonate che magicamente diventavano i miei castelli e i luoghi dalle mille storie. All’improvviso la luce sovraesponeva tutto il regno del visibile e riaccendeva i focolari, rilluminava i vetri delle finestre e risvegliava oggetti da tanto tempo assopiti.

Dove iniziavano a farsi più radi gli arbusti selvatici, i rovi, le erbacce e il prato diveniva più dolce e armonico, lì iniziava il suo regno, quel lavoro quotidiano di falce e braccia portava la sua firma unica. La sua casa era come appoggiata nel centro del prato e la visione della stessa ai miei occhi era sempre alquanto bizzarra essendone una buona porzione per metà crollata. Si diceva che fosse stato un fulmine a farlo.

Burlando_Desiree_3Case Goro, Baghet 1965 circa

Lui dimorava lì, in solitudine, per tutto l’inverno.

Aveva per sé soltanto una piccola cucina con la stufa al pian terreno, arredata come la cella di un monaco: un tavolo modesto, una poltrona logora e unica concessione al moderno la sua inseparabile radiolina FM.

I suoi alloggi erano anche al piano superiore e passando per delle scale esterne si poteva arrivare alla sua camera da letto. Il pavimento di questa stanza, forse per l’umidità delle travi interne, era rigonfio centralmente e lì vi erano un grosso letto e un armadio; il tutto mi ricordava una camera composta sulla testa di un fungo. A queste bizzarrie, aggiungo la più bella e la più curiosa: la finestra di questa stanza era sempre aperta, estate e inverno. Immagino ci fosse un motivo razionale ma mi piace pensare che volesse solo evaporare un po’ della sua anima tutte le notti nel bosco. Poco più in là tra gli alberi e l’erba troneggiava la visione surreale di un water in ceramica. Questa immagine Magrittiana era il suo semplice bagno open air.

Ci furono due eventi a sconvolgere la tranquilla monotonia della sua vita agreste. Il primo è stato la guerra; dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943 il Baghet per mettersi in salvo dai repubblichini fascisti si nascose per giorni e giorni in un buco adiacente alla casa. Come un Giona nel ventre della balena rimase rintanato, tentando di scampare alla deportazione o all’arruolamento forzato tra le file fasciste, in quei giorni tragici e confusi.

Il secondo evento fu il suo unico giorno di lavoro sotto padrone. A Balangero, un paese delle Valli di Lanzo, vi era questa ditta che estraeva dalle viscere della terra le fibre di amianto, chiamata da tutti i locali “l’amiantifera di Balangero”.

Burlando_Desiree_2Balangero, cava di estrazione amianto in disuso, 2019

Primo Levi ci aveva lavorato, subito dopo la sua laurea in chimica e la descriveva così:

«C’era amianto dappertutto, come una neve cenerina: se si lasciava per qualche ora un libro su di un tavolo, e poi lo si toglieva, se ne trovava il profilo in negativo; i tetti erano coperti da uno spesso strato di polverino, che nei giorni di pioggia si imbeveva come una spugna, e ad un tratto franava violentemente a terra.»
(Primo LeviIl sistema periodico)

Sulla stessa cava di Balangero, qualche tempo dopo, nel 1954, fu Italo Calvino a scrivere per «l’Unità» un racconto-reportage che uscì il 28 febbraio sull’edizione di Torino del giornale. In seguito a una lunga agitazione sindacale, originata dall’abolizione del premio di produzione, lo scrittore era stato inviato per raccontarne le vicende e il risultato fu La fabbrica nella montagna:

L’auto girò l’ultima curva tra i castagni e davanti ebbe la montagna dell’amianto con le cime e le pendici scavate a imbuto, e la fabbrica compenetrata in essa. Quelle erano le cave, quelle gradinate grigie lucide ad anfiteatro tagliate nella montagna rossiccia di cespugli invernali; la montagna scendeva pezzo a pezzo nei frantoi della fabbrica, e veniva risputata in enormi cumuli di scorie, a formare un nuovo, ancora informe sistema montuoso grigio opaco. Tutto era fermo in quel grigio: da trentacinque giorni sui gradini della cava non salivano gli “sgaggiatori” armati di pala, picco e palanchino, né le perforatrici ronzavano contro la parete, né gli uomini delle mine gridavano accendendo la miccia: «Oooh la mina! Oooh brucia!», né quelli dei carrelli facevano il carico sul piano di frantumazione, e poi via per i ripidi binari scavati nella montagna, né quelli delle “bocchette” manovravano le leve per scaricare il materiale nei condotti della fabbrica, né nessun altro in nessun reparto lavorava a trasformare quella pietra in duttile fibra d’amianto: c’era lo sciopero, dal 18 gennaio, e quell’automobile che adesso usciva dal castagneto portava su i dirigenti della “Amiantifera” a discutere con la Commissione Interna

– I. Calvino, La fabbrica nella montagna, «l’Unità», edizione di Torino, 31, 51, 28 febbraio 1954, p. 3; ora in Id., Romanzi e racconti, III, a cura di M. Barenghi e B. Falcetto, Milano, Mondadori, 1994, pp. 941-946; la citazione è a p. 941.].

Quello stesso grigio ritorna, nel racconto di Calvino, per descrivere il micidiale silenzio del bosco che copre la montagna: «Ma non ce n’è di lepri nel bosco, non crescono funghi nella terra rossa dai ricci di castagno, non cresce frumento nei duri campi dei paesi intorno, c’è solo il grigio polverone d’asbesto della cava che dove arriva brucia, foglie e polmoni, c’è la cava, l’unica così in Europa, loro vita e loro morte».

Già, perché, lontana da azionisti e consigli di amministrazione, la fabbrica nella montagna aveva mietuto quindici morti d’infortunio in trentacinque anni. I numeri relativi ai morti d’amianto, oggi, sono anche peggiori: fino al dicembre del 2014 il numero di ex operai dell’Amiantifera deceduti era di 1201: in 214 casi, uno su cinque dunque, è stato possibile stabilire che il decesso sia stato causato dalla prolungata esposizione all’amianto.

Di fatto, gli effetti cancerogeni dell’asbesto furono resi pubblici solo tra gli anni Cinquanta e Sessanta − nel pieno di una vera e propria età dell’amianto −, anche se ciò non ha impedito alle aziende di utilizzarlo, anche successivamente, data la sua economicità e la sua efficienza nel prevenire i danni derivanti dal fuoco. Alla fine degli anni Sessanta si trovavano già in commercio oltre tremila prodotti contenenti amianto: nell’edilizia, sulle navi, nei serbatoi per l’acqua, nei freni per auto, nei guanti di protezione, sui vagoni ferroviari, nelle guarnizioni di ricambio per motori, nei tubi per acquedotti e fognature, nelle canne fumarie, nei tessuti resistenti al fuoco, persino nelle corde e sugli schermi. Tale utilizzo si è protratto all’incirca sino alla fine degli anni Ottanta.

Tornando al Baghet era andato soltanto per un giorno a lavorare nella cava dell’amianto e aveva deciso che fosse l’unico. Non gli importava dello stipendio fisso garantito, forse aveva capito che c’era del veleno nell’aria o forse per lui il veleno era solo il lavoro sotto padrone e lo star lontano dalla sua vita fatta di cose semplici: la cura del bosco, portare gli animali al pascolo e la contemplazione del suo piccolo regno.

Il suo regno per un salario: no, proprio non faceva per lui.

In quegli anni di boom economico, di Fiat 600 presa a rate e di completa distruzione di quella società arcaica preindustriale, la sua fu sicuramente una scelta contro corrente, quasi unica.

Molti dei ricordi e delle immagini della sua casa che qui ho scritto in realtà sono falsati dai miei ritorni d’adulta. In questi anni ho potuto osservare in solitudine la sua dimora e quello che ne rimaneva, e in ogni mio ritorno lui riviveva sempre di più, in un dialogo infinito tra la mia memoria, gli alberi, i fili d’erba e le pietre della casa. Tutto parlava e parla di lui lì, ma anche di me come in una stanza degli specchi.

Il ricordo è prezioso e magico sia per chi fa esercizio di ricordo che per l’oggetto della memoria.

Il ricordo cos’è se non un filo magico, una linea di mercurio vivo, tante perle di mercurio dopo la rottura di un termometro in una mattina degli anni 80 e mentre tentavi con tutta te stessa di raccogliere quel pernicioso argento liquido, inesorabilmente, le particelle tendevano a unirsi costrette da un’epifania prestabilita.

Lo immagino così: solo in inverno, con il fuoco della stufa che scoppietta mentre guarda la neve calare fiocco dopo fiocco nel bosco davanti a lui, nel silenzio e negli sbuffi di freddo che si insinuano tra le crepe delle mura dove scorrevano le sue ore sempre uguali nell’unico luogo che per lui avesse un senso.

Nove colori

“Questa storia partecipa al Blogger Contest.2018”

Ogni volta che mi metto in cammino, corpo e mente si mettono in moto in un unico respiro che suona come un antica musica rituale.

Spengo la macchina, spengo il telefono e ascolto solo più il mio corpo muoversi nello spazio. Si crea una musica che non è un semplice accompagnamento della poesia estemporanea ma diventa commento assoluto.

Mi piace camminare d’inverno. La Valle Maira mi attira soprattutto quando diventa silenziosa.

Una sera di Novembre, decido insieme a Umberto, di raggiungere il Lago dei Nove Colori in alta Valle Maira con tappa al Bivacco Barenghi per passare la notte. La bellezza solitaria di questa valle si presenta dinanzi tutta insieme, a volo d’uccello.

Ci sentiamo un po’ come gli avventurieri americani che attraversavano il grande West a fine 800. Non dobbiamo conquistare un territorio, come nel vecchio mito della frontiera, ma abbiamo tutto un mondo da scoprire per una libertà “altra”. La notte aumenta questo senso di libertà.

Spesso cammino in solitaria, alle volte con amici che come me apprezzano la compagnia dei solitari. Si parla poco, si resta vicini.

Camminiamo, mentre la terra si riposa, tra sentieri evidenti e pietraie che confondono.

Ad un tratto, per orientarci in questo blu notte, cerchiamo di capire se siamo vicini al lago Niera, gettando un sasso in quella che sembra la sagoma del lago.

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Ci risponde un acuto rombo. È curioso sentire il suono dell’acqua senza poterla vedere, la notte è il momento dei suoni e degli odori.

Il percorso è lungo, a tratti nero, immobile e silente.

C’è una piacevole sensazione che spesso avverto in montagna. Mi ricorda l’infanzia, quando giocavo nel bosco vicino a casa, quella coscienziosa infantile dissolutezza che mi permetteva di  scoprire il mondo nel tempo che un gioco dura. Mi sento come allora, piccola, fragile e potente. Forse è la notte che ti rimpicciolisce eppure ti fa sentire grande, come una regina che si guardasse attorno, come un’aquila libera e librata in volo.

All’improvviso mi accorgo di due occhi che mi osservano da una roccia. Poi mi seguono. È una volpe.

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La volpe si avvicina, ma nel tentativo di seguirla, la perdo di vista.

Dopo poco, mi accorgo insieme a Umberto di non aver smarrito solo la volpe, siamo fuori sentiero e molto probabilmente siamo sulla via che porta al colle dell’Infernetto. Non è cosi distante dal bivacco Barenghi e riproviamo a cercare il percorso.

Intorno a noi, queste sagome dai colori lividi, si divertono a confonderci. È tardi e fa freddo, sappiamo che c’è solo una soluzione: “passare la notte  en plein air, ritagliandoci uno spazio nella neve”.

<<Dove c’è pericolo cresce anche ciò che salva>>, diceva il poeta Hölderlin. È una costante che ritorna sempre.  Ci addormentiamo nei nostri sacchi guardando il grande cielo sopra di noi. Posarsi per toccare le stelle. Le stelle piene di colore, blu, giallo, bianco, rosso. Lentamente ritorna quella musica che aveva dato inizio al mio cammino e intona una ninna nanna insieme al vento.

Al mattino le stelle si spengono, e il cielo riluce di una luce intensa. La notte e il giorno sembrano davvero due mondi lontani. Un ventaglio di colori caldi, rosso fuoco, arancione, marrone. In breve tempo raggiungiamo il bivacco Barenghi, ora è tutto così differente, ci sembra di essere altrove.

Sconfiniamo in Francia, attraverso il colle Gippiera, per arrivare al Lago dei Nove Colori. Potrebbe anche chiamarsi dei nove colori per tutte le sfumature di blu presenti nel lago ma, a dire il vero, sarebbe un errore di traduzione dal francese. Sarebbero Couloirs e non Couleurs, ovvero canaloni, che, in geologia, indicano un ampio solco di origine erosiva sul fianco di una montagna o tra due pareti rocciose,  e non “colori”. Ma ai più piace pensare che sia il Lago dei Nove Colori ed effettivamente risulta molto più poetico. Il lago è lo specchio d’acqua più esteso della zona. Ha una forma simile a un cuore, con una lunghezza di 500 metri circa e una larghezza massima di oltre 400.

Oggi è parzialmente ghiacciato ma decido di tuffarmi ugualmente.

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Poco prima di tuffarmi mi era sembrato di sentire quel silenzio che ti introduce al mistero dell’acqua, come succede nel mare. C’è l’attimo in cui pensi a cosa stai per fare e poi quello successivo, dove non pensi più ma agisci. Mi abbandono al lago. L’orchestra dà inizio al primo movimento: “c’è il lilla e il viola ma con mia meraviglia anche un verde chiarissimo che mi ricorda il quarzo verde”. E poi arriva la parte finale di coda, che mi spinge in alto e ricompone le mie forme per la terra e per un nuovo cammino.

I mondi sono tutto quello che possiamo carpire, l’essere di qua e di là, per poi scomparire come una volpe.

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